“Crazy Bet” su Hammamet

di Carlo Pompei

Del film sul presunto dorato (e tragico) esilio del politico socialista, primo protagonista suo malgrado, indagato nell’inchiesta “Mani pulite” o, giornalisticamente,”Tangentopoli”, ne ho lette molte da presunti intenditori. Ebbene, tolta la “nozionistica” popolare (quella secondo la quale chiunque potrebbe parlare di tutto), resta la logica: delle due l’una, o sai – e sei, nell’ordine, o inquirente o complice o amico dei complici – oppure supponi, ma, in questo secondo caso, devi essere il primo consapevole della natura del tuo dire. Posso comprendere sui social, dove spesso si dà aria alla lingua, ma non sui canali ufficiali (sia cartacei, televisivi e online), dove l’autocensura dovrebbe essere rigorosa. E invece no: non si ritengono complici, né sono amici o inquirenti, ma la rasoiata da novelli Occam non manca. Peccato che quella che resta non sia affatto la soluzione più logica o più semplice, ma la più contorta.
Ed ecco allora che rimpiangere Craxi è vietato, non perché abbia rubato (?!?) e mantenuto amanti (seppur se ne chieda pruriginosamente conto con invidia malcelata), ma perché significherebbe – in una astrusa e arbitraria trasposizione di cause ed effetti – rimpiangere opposti estremismi, strategie della tensione e bombe nelle piazze e sui treni. Come se la politica di oggi non fosse pericolosamente prodromica a medesimi risultati, ma con assai minori strumenti culturali per fronteggiarli a disposizione degli interpreti. Dai quali, ovviamente, gli estensori dell’ostracismo nei confronti di Craxi prendono prudentemente (e furbescamente) distanza.

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